IL BULLO NELLA RETE – Hack, San Vito (PN)

IL BULLO NELLA RETE – Hack, San Vito (PN)

La poesia è sintesi, a volte sublime. Come tale è una forma d’arte complessa che fa uso di costrutti narrativi sofisticati.
Nella Scuola Primaria italiana viene trattata, eccome, e produce ottimi risultati per forma e contenuto.

IL BULLO NELLA RETE

Il cyberbullo è il bullo tecnologico
che bullizza e poi pubblica in rete,
che ha bisogno di pubblico, che ha sete
di applausi e di consensi, perché è logico

che in un mondo che condivide tutto,
che tutto va sui social e ognuno twitta,
non pubblicare in rete è una sconfitta,
soprattutto non pubblicare il brutto.

C’è per esempio un bullo in classe mia
che è sempre con noi due che se la prende
non ha uno smartphone e non ci riprende
ne faremmo sennò una malattia.

Se fosse solamente un po’ più adulto,
ma beninteso solo per età,
e non per cattiveria e crudeltà,
farebbe ancor più male ogni suo insulto.

Ma io penso che il bullo è un poveretto
che è pieno di problemi, un insicuro:
fa l’aggressivo, fa il forte, fa il duro…
Guarirebbe se avesse dell’affetto?

https://comprensivosanvito.edu.it/

MEGLIO L’OBLIO – Liceo Copernico, Prato

MEGLIO L’OBLIO – Liceo Copernico, Prato

Il bisogno naturale in ognuno di sentirsi amati influisce enormemente sulla possibilità di sentirsi felice.
Amore, vita, oblio, un gesto estremo che non si compie per l’atto d’amore più importante: quello verso noi stessi.

 

Meglio l’oblio

Sarebbe bastato poco, una leggera pressione proprio sulla vena e il sangue sarebbe sgorgato fuori dal suo corpo, portandosi con sé la sua inutile vita. La sua mano non tremava mentre reggeva il sottile pezzo di metallo. Bastava davvero poco per togliersi la vita. Un piccolo sforzo, un’ultima scheggia di dolore e avrebbe smesso di sentire per sempre le loro voci.
Puttana…zoccola…impiccati…cicciona…sparisci…
Finalmente lo avrebbe fatto, sarebbe sparita. Era giusto così. Tutti sarebbero stati meglio una volta morta, compresa lei stessa. Avrebbe avuto la sicurezza e il silenzio dell’oblio eterno, non avrebbe più pianto per non essere amata, per non avere amici, per non avere un ragazzo o per essere grassa. Tutte le preoccupazioni sarebbero zampillate fuori da lei assieme a quel liquido rosso. Il suo corpo non avrebbe più sofferto dopo quel momento. Gli occhi le si sarebbero chiusi, come in un sonno perpetuo, e sicuramente allora sarebbe stata molto più bella.

Bella. Poteva essere bella la morte? Non poteva fare a meno di pensare che ci fosse una sorta di bellezza nell’immagine del suo corpo nella bara, vestito meglio del solito, con i capelli ordinati e la pelle pallida. Il suo volto cereo sarebbe stato bello in quel momento, imperturbabile e sereno come se dormisse, libero da tutti gli affanni passati e futuri. Quella era la bellezza dell’oblio, molto meno faticosa e più tranquilla di quella terrena. Forse sarebbe apparsa perfino più magra una volta tolto qualche litro di sangue.
Premette leggermente la lametta sulla sua pelle chiara, guardando la vena bluastra iniziare a pulsare appena più forte. Si soffermò qualche secondo per concentrarsi sul senso di potenza che iniziava a pervaderla. Aveva il controllo della sua vita, per la prima volta dopo tanto tempo.
Sei inutile…sei un’incapace…scema… non sai fare niente…
No, quello l’avrebbe fatto! Lo avrebbe fatto e si sarebbe finalmente tolta dai piedi. Era facile; facile e veloce. Prese un profondo respiro, preparandosi ad aumentare la pressione con la lametta. Finalmente poteva scegliere qualcosa della sua vita e lei avrebbe scelto l’oblio. Era meglio l’oblio, quel silenzio confortante senza il trillo o la vibrazione del telefono, quella buia pace senza i volti di tutte le persone da cui aveva cercato invano di farsi amare. L’oblio era lì, quasi poteva toccarlo, scomparire dentro di esso assieme alla sua memoria.

Le pulsazioni della vena aumentarono, poteva sentirle sotto la punta della sottilissima lamina. La sentiva diventare appena più scivolosa mentre le prime fitte di dolore le pungevano il polso.
Cicciona!… Nessuno scoperebbe con te nemmeno da ubriaco…
Doveva farlo. Ora o mai più. Una volta fatto quel tuffo nel buio tutto sarebbe finito. Perché esitava allora?
Più guardava il suo braccio e le vene che si ramificavano sotto di esso più aveva la sensazione di avere altro sotto la lametta. Sentiva la vita, ma era la sua, inutile e patetica, quindi perché non riusciva a fare quel taglio? Guardò il suo braccio con rabbia, desiderando che cadesse, che si staccasse dal resto del corpo con un fiotto di sangue che l’avrebbe uccisa. Eppure non riusciva ad affondare la lama.
Hai le braccia grosse come zampe di elefante…
Cercò di ricordarsi altri insulti simili per spingere la lama più a fondo nella carne, ma quella vena sotto la pelle, pulsante di vita e completamente alla sua mercé, le appariva sempre più fragile, effimera, piccola e indifesa. Le sembrò di avere tra le mani qualcosa di simile a un uccellino caduto dal nido, una piccola vita che necessitava di protezione, cure e amore. Ma lei non si meritava queste cose, ormai lo aveva capito. Allora perché non riusciva a fare ciò che era giusto per tutti?
Più pensava a quanto la vita nelle sue mani fosse fragile, più iniziava a riavvertire quell’ammorbante desiderio di amore. Come ogni volta assieme a esso vennero le lacrime. Voleva essere amata; lo desiderava nello stesso modo disperato e bisognoso tipico dei bambini piccoli, di tutti i cuccioli del mondo. Nessuno però mai le aveva dato amore, se non coloro che erano programmati per farlo.
La lametta le cadde di mano, mentre tornava preda dei singhiozzi.
Nell’oblio non ci sarebbe stato nessuno ad amarla. Certo, l’oblio avrebbe comunque annullato il suo desiderio, ma lei non voleva. Si tenne il braccio appena sanguinante con l’altra mano, portandoselo al petto e stringendolo dolcemente, come avrebbe desiderato essere stretta lei. Consolò lei stessa il suo corpo, provando un leggero sollievo nell’abbracciarsi da sola. Per una volta amò sé stessa.
L’oblio era meglio lasciarlo per gli insulti. 

BULLO CITRULLO – Gioele, 12 anni, Cervia (RA)

BULLO CITRULLO – Gioele, 12 anni, Cervia (RA)

Una piccola lezione di ironica leggerezza in questa poesia che riesce ad essere sintesi ed esempio.
Il momento drammatico di ogni storia sono le conseguenze. Le azioni che li provocano, spesso sono solo sciocche e superficiali.

 

BULLO CITRULLO

Ehi bullo,
ovvero citrullo
prenditela con uno della tua taglia
e lascia quella maglia.

Sei pronto a picchiarmi
o stai fermo per ammirarmi?

Nella tua testa
sotto la cresta
le uniche due parole
che a te sono care come la tua futura prole
sono picchiare e postare
ma mai amare e pensare.

Tu cerchi bambini fragili
per i tuoi scherzi facili.

Con la tua banda non hai paura
come se indossassi un’armatura.

Quindi continui a cercare qualcun’altro da picchiare
e se non vuoi menare
ti nascondi dietro a un cellulare
e fai un’azione senza pensare
posti foto di prese in giro
e per questo non ti ammiro.

Infatti per me è una cosa da vigliacchi
e se ti battessi da solo
torneresti a casa pieno di acciacchi.

Il problema sta nel cervello
che non è affatto bello.

Il cervello dei bulli è in uno stato di glaciazione
che rallenta il loro unico neurone.

Dopo questa lezione d’anatomia
la tua reazione dovrebbe essere “Oh mamma mia!”.

Ma dato che il tuo neurone
non va veloce come sparato da un cannone
stai immobile a fissarmi
anche se in mano non ho armi.

Perché io combatto con le parole
che mi rendono forte davanti alla tua mole.

Quindi per combattere i bulli
quei poveri citrulli
basta un gruppo di bambini ostinati
e i bulli sono spacciati.

Gioele 

STORIA DI UN’AMICIZIA – Ist. Carelli-Forlani, Conversano (BA)

STORIA DI UN’AMICIZIA – Ist. Carelli-Forlani, Conversano (BA)

Una storia di bullismo, di fuga disperata e di caccia fino alle oscurità di un bosco.
E poi la paura, quella vera, per non riuscire a tornare a casa, per la sopravvivenza. E solo uniti, verso la salvezza di una nuova amicizia.

https://www.scuolacarelliforlani.gov.it/

 

STORIA DI UN’AMICIZIA

Michael Luigi Iacovazzi

 

CAPITOLO 1 “La mia vita”

….La solita tortura del lunedì” pensavo… non opposi resistenza, aspettavo speranzoso e impaziente il suono della campanella .Ormai la mia vita andava avanti a suon di prese in giro e schiaffi.

Non è colpa mia se amo lo studio e odio la moda, lo stile e lo sport… non sarò bellissimo comunque mi piaccio cosi come sono, in fondo non devo vivere per piacere agli altri!Io mi chiamo Andrew, ma a scuola mi chiamano “secchione”, io non la prendo come una cosa negativa, ma positiva: perché dovrebbe piacermi vivere nell’ignoranza !?

Vivo in una casa di periferia a Salerno, è una bella città, ma il mio sogno è (un giorno) andare a vivere a Londra.

La cosa peggiore della mia vita? Ciò che mi assilla e mi tortura ha un nome: Jack, il bullo della scuola.Non sono la sua unica vittima, ma sono il suo primo bersaglio!Lui è alto, robusto, ha i capelli bruni e gli occhi neri sormontati da enormi sopracciglia, è diabolico, è spietato, il suo divertimento è far soffrire gli altri.

Io non lo capisco: perché sprecare la sua vita per rovinare quella degli altri? In fondo penso che ci sia una causa che ha scatenato in lui questa rabbia.

 

CAPITOLO 2 “La rissa”

Era appena suonata la campanella, preparai lo zaino e mi diressi verso l’ uscita ma, come di consuetudine, incontrai Jack: era lì ad aspettarmi, pronto per l’ ennesima rissa o meglio tortura.Pian piano tutti si riunirono intorno a lui e iniziarono a incitarlo urlando: “Rissa! Rissa!!”. Gli chiesi pietà, ma la mia richiesta venne ripagata con un bel pugno.

Ero amareggiato, vedere le facce dei professori sconvolte mi rattristiva, ma il solo pensiero della loro indifferenza mi faceva innervosire…

Tornai a casa con un livido sull’occhio, ero afflitto, non capivo, perché Jack mi odiasse così tanto. Cosa avevo fatto di sbagliato?!Erano domande a cui neanche un cervellone come me, sapeva rispondere; avevo provato più volte a parlarne con i miei genitori, ma avevano già troppi problemi per occuparsi dei miei. La nonna stava male, papà non riusciva a trovare lavoro, la mamma invece si spaccava le ossa in campagna per portare due spiccioli a casa.

Il problema era mio e dovevo affrontarlo da solo!Mi sentivo molto solo, in qualche modo sbagliato e comunque molto arrabbiato per tutto quello che dovevo sopportare nella completa indifferenza di tutti!Avevo alcuni “amici”, ma nessuno pronto a prendere le mie difese ed aiutarmi, erano solo compagni che volevano da me aiuto per i compiti o qualche altro loro tornaconto, spaventati da Jack si guardavano bene dal frequentarmi….Così trascorrevo le mie giornate a pensare cosa mi sarebbe capitato il giorno dopo e come avrei potuto fare per evitarlo o comunque per cavarmela. Speravo nell’aiuto di qualcuno, ma questo non accadeva mai!Passò qualche ora, ero ancora immerso nei miei pensieri …tutto d’un tratto mi alzai. Decisi di abbandonare quei pensieri bui e tristi, presi il cellulare, lo accesi e vidi una notifica su watshapp. Odiavo quel simbolo verde, sapevo che poteva portare solo dolore e vergogna. Con il cuore in gola cliccai su quell’icona verde e apparve ancora una volta lui: Jack. Sul gruppo della classe c’era una mia foto: ero in bagno, seduto sulla tavoletta del water della scuola, tremavo e piangevo, con un occhio viola. Era il post rissa.Lessi la didascalia dell’ immagine “Povero bimbo ha bisogno della mammina”.L’immagine di Jack non mi faceva più effetto, ma quando lessi le reazioni e i commenti dei compagni scoppiai in un mare di lacrime, provavo lo stesso dolore dell’ occhio ma dentro… Odiavo Jack, odiavo i miei compagni e sì odiavo anche internet, un modo alternativo per far del male, per me era diventato il luogo dove ricevere ulteriori insulti e prese in giro, anche da coloro che all’apparenza erano miei compagni.

 

CAPITOLO 3 “Clara e la gita”

Quel pomeriggio ero a casa pensieroso, mentre preparavo la valigia, decisi, per la prima volta, di portare la bussola che mi aveva regalato mio nonno. Per me aveva un grande valore affettivo e pensai che mi sarebbe stata utile per questo viaggio, una gita scolastica alla Reggia di Caserta!Ripensavo alla foto e a quanto Jack fosse riuscito a ridicolizzarmi. Ripensavo ai commenti dei miei compagni e al commento con una risata di Giulia, la ragazza di cui ero profondamente innamorato. Pensavo anche alle risatine dei miei compagni nel vedermi, l’indomani a scuola. Ero angosciato, per un attimo pensai di farla finita, ma proprio in quel momento, arrivò mia madre con in mano una bella crostata. Non mi aspettavo per alcun motivo il suo arrivo, solitamente a quell’ora è a lavoro! Quel dolce squisito mi portò una ventata di buon umore e decisi che non potevo arrendermi, dovevo farcela e affrontare quella situazione.In fondo dovevo essere contento: era il mio primo viaggio con i compagni di scuola ed avevo con me anche la bussola del nonno!Insieme alla contentezza sentivo anche preoccupazione per la presenza di Jack e in cuor mio speravo che non facesse il suo solito show.

La notte passò tra mille pensieri, stranamente quella mattina nel pullman Jack non mi prese in giro ed io riuscii a fare conoscenza con una ragazza dell’altra classe.

Lei si chiamava Clara, era sola, seduta sul sedile sporco e trasandato del pullman; passò la maggior parte del viaggio a guardare il paesaggio dal finestrino. Io ero un tipo timido ma volevo conoscerla, così decisi di farmi coraggio.

Ciao” le dissi, Clara si girò, rimase due secondi a fissarmi, poi mi rispose. Era molto gentile e mi fece accomodare così iniziammo a parlare di storia, di

archeologia, di scienze e di tutte le stranezze del mondo.Le mostrai anche la mia splendida bussola! Ero felice, finalmente avevo trovato un’amica con cui parlare e a cui confidare le mie emozioni.

Dopo un viaggio di circa tre ore arrivammo a destinazione, scendemmo dal pullman e ….“WOW!!!” Il paesaggio era fantastico!! Eravamo circondati dalla natura, c’erano alte montagne colorate di verde, foreste ovunque, un paesaggio da sogno e in fondo la splendida REGGIA DI CASERTA!

 

CAPITOLO 4 “L’avventura”

I professori ci presentarono i numerosi ambienti della Reggia e poi ci indicarono il percorso da seguire. Era immensa, bellissima!Io e Clara eravamo stupefatti, non vedevamo l’ora di entrare.Scorgemmo subito di fronte a noi un enorme scalinata in marmo, visitammo le varie stanze: erano immense piene di affreschi e di stucchi dorati, sontuose, meravigliose, semplicemente uniche!

Per un po’ la gita andò tranquillamente, io ero felice, finalmente una giornata buona anche per me! Ma la gioia durò poco, purtroppo Jack si accorse di me e Clara.Già si sentivano le solite risatine stupide; poi le prime prese in giro tipo: “Ecco la coppia di secchioni…”.

Dissi a Clara di lasciarli stare e di non rispondere, in fondo cosa potevamo rispondere a quelle stupidaggini!Jack però non era soddisfatto così pian piano si avvicinò a noi, mi tirò uno scappellotto e urlò: “Come va con la tua mogliettina??”.

Clara si arrabbiò, voleva rispondere ma la feci tacere, sapevo che ormai Jack voleva sfottermi e non c’era nulla che lo potesse fermare.

Uscimmo dalla Reggia amareggiati, io e Clara ci dovevamo salutare poiché lei e la sua classe erano diretti verso Caserta Vecchia, noi invece avevamo 30 minuti di libertà durante i quali potevamo esplorare gli incantevoli boschi .I professori ci raccomandarono di non allontanarci in posti troppo lontani per evitare di perderci.

Io da solo iniziai a camminare verso un sentiero che si perdeva nel bosco, osservavo gli alberi , il cinguettio degli uccelli e il canto delle cicale.“Un po’ di pace” sussurrai. Una catena di “bip” interruppe quell’armoniosa quiete. Sul mio cellulare erano arrivate 10 notifiche. Temevo il loro contenuto e così decisi di non guardare. Continuai il percorso, ma tutto d’un tratto mi sentii tirare la maglia, mi girai ed era lui: Jack!

Si avvicinò a me, aveva uno sguardo maligno, si scrocchiò le dita e cercò di tirarmi un pugno, fortunatamente lo schivai.Iniziai a correre a tutta velocità urlando, inutilmente, “Aiutoo!!! Aiutooo!!!!”.Ero più veloce di Jack ma, visto il mio scarso allenamento, mi stancai subito, nonostante mi stesse raggiungendo continuai a correre per il viale.

Ahimè, il viale aveva un inizio, ma anche una fine. Arrivai stremato al termine del lungo percorso alberato, non potevo permettermi di rimanere faccia a faccia con lui.Ero in panico, ma fortunatamente mi venne un’idea: l’unico modo per seminarlo era entrare nel bosco e così feci.

Durante l’inseguimento lui urlava arrabbiato ed io mentre correvo mi interrogavo per l’ennesima volta sul perché volesse acciuffarmi, cosa diavolo voleva da me?

Non mi persi nei pensieri e continuai a correre. Finalmente mi girai e non lo vidi più, pensai di averlo seminato.

Mi appoggiai ad un albero, mi fermai e fermai anche la mia mente. Rimasi incantato nel guardare la natura che mi circondava: alberi, foglie secche, aghi di pino, area fresca, pulita. “Eccoti!!!!”I miei pensieri si interruppero bruscamente, Jack mi aveva ritrovato.

Non vedevo soluzioni! Ero confuso, l’ansia e paura mi assalirono! Dovevo usare la testa così decisi di farlo ragionare.

Fermo!”, urlai, “Jack non pensi sia troppo crudele? E poi pensa: come farai a tornare indietro? Ormai ci siamo persi e dobbiamo aiutarci per uscire da questo bosco!”Jack si fermò bruscamente e dopo pochi secondi disse: “Non preoccuparti, io uscirò da questo bosco grazie al mio cellulare”, lo tirò fuori dalla tasca e all’improvviso notai un’espressione crucciata sul suo volto: il cellulare era scarico. Allora con lo sguardo minaccioso mi disse: “Dammi il tuo cellulare!”. Frugai in tutte le mie tasche, non

c’era. Dovevo averlo sicuramente perso durante l’inseguimento. Cercai allora la bussola del nonno, avevo perso anche quella, con un filo di voce dissi: “L’ho perso, mentre mi rincorrevi”. “Ti risparmio, solo se tu mi aiuti ad uscire da questa orrendo bosco; ma se non sarà così, ti gonfierò di botte fino allo sfinimento” mi rispose Jack.

Nel sentire quelle parole mi rasserenai, non è da tutti far ragionare il “Bullo” della scuola!Mi alzai e iniziai immediatamente a far frullare il mio cervello, provai a ricostruire la strada che avevo fatto per arrivare lì.Iniziai a riflettere a voce alta: “Dunque…mi sono congedato da Clara e subito dopo ho intrapreso il primo, anzi no! Il secondo viale sulla sinistra…”Cercavo di concentrarmi il più possibile poiché dovevo ricostruire la storia sin dall’inizio senza tralasciate neanche il minimo particolare, poiché anche solo un errore avrebbe stravolto il mio logico ragionamento.Proseguii nel ragionamento: “Ho proseguito per il mio percorso per all’incirca 2 minuti, subito dopo è partito l’inseguimento tra me e Jack che sarà durato mhhh…10 minuti”.

Mentre io continuavo la mia riflessione, Jack era lì ansioso e mi osservava con aria speranzosa, il sole iniziava a calare ed io non ero ancora riuscito a completare il mio pensiero. “Probabilmente le professoresse saranno preoccupate e ci staranno cercando ovunque!”, pensavo tra me e me.

Non dovevo farmi prendere dall’ansia, ma dovevo stare calmo e ragionare.Era complicato ricordare, non ce la facevo, proprio non riuscivo a ricordare la strada che io e Jack avevamo percorso nel bosco, perché cambiavamo sempre direzione!Mi venne un’idea, potevamo cercare di recuperare il cellulare perso o la bussola del nonno! Seguendo il nord saremmo riusciti a uscire!”Decisi di andare in esplorazione con Jack, dovevamo ritrovarli!

Eravamo stanchi e affannati, avevamo fame e sete, cercavamo ovunque, in ogni pertugio, sotto ogni foglia, ma niente!Non ce la facevo più, decisi di fermarmi, Jack continuò a cercare, aveva le lacrime agli occhi, voleva tornare a casa!

Improvvisamente sentii un urlo provenire dal bosco, era Jack , era al settimo cielo urlava: “Eccola, eccola!”.L’aveva trovata, aveva trovato la bussola! Corse verso di me, mi abbracciò e mi diede la bussola. Quell’abbraccio me lo ricorderò per sempre!

Mi alzai, ero sollevato, ora toccava a me riportarci dalla classe. Afferrai la bussola e la rivolsi verso di me, inizialmente mi diressi nel punto in cui Jack l’aveva ritrovata, in fondo ero passato da lì, puntai verso nord e proseguii insieme a Jack.Durante il cammino Jack mi fermò, voleva parlarmi e così mi disse: “Andrew, penso che durante questa avventura tu ti sia accorto di un altro lato della mia personalità, non sempre sono forte come sembro, a volte nei momenti difficili anche io sono fragile. Ti ringrazio perché, tu oggi stai provando a salvarmi, se non ci riuscirai per me non avrà importanza….Probabilmente ti sarai chiesto numerose volte perché io ti faccio del male, il motivo è l’invidia! Sembrerà strano, ma sono invidioso dei tuoi buoni voti, della tua intelligenza, della tua bravura…Vorrei essere come te ma non ci riesco, vorrei saper usare quella bussola, ma non lo so fare… allora mi rifugio in giochetti stupidi e infantili che ti fanno stare male”.

Ero sbalordito, non avevo parole, l’unica cosa che feci fu andargli vicino e abbracciarlo, non scorderò mai quel momento!Ci voltammo con le lacrime agli occhi e proseguimmo il cammino.

 

CAPITOLO 5 “La stretta di mano”

Era tanto che camminavamo, le nostre speranze diminuivano sempre più, ma non ci arrendemmo e dopo pochi minuti …riuscimmo a trovare l’uscita del bosco!“ARRIVATI!” urlammo. Eravamo di nuovo nel viale da cui tutto era partito, iniziammo a correre all’impazzata lungo il viale, questa volta però da amici. Sbucammo davanti alla Reggia, c’erano i professori e i nostri compagni, ma c’era anche un’altra persona, la più importante: Clara.

Era andata anche lei in spedizione per trovarci, ero felicissimo! La abbracciai, lei era preoccupata, io la rassicurai.Dopo aver spiegato l’accaduto, tutto tornò alla normalità ma, con una differenza, ormai io e Jack eravamo amici. Nonostante tutto ciò che avevo passato lo perdonai; tutto si concluse con una nostra stretta di mano!

SOLO UN PO’ – Mariateresa, 13 anni, Brindisi

SOLO UN PO’ – Mariateresa, 13 anni, Brindisi

Una storia di invidia, da un lato, e di superficialità, dall’altro.
Il potere delle nuove tecnologie permette a chiunque di screditare l’altro, spesso vittima inconsapevole.

 

SOLO UN PO’

A Monza, città d’arte, viveva un ragazzo amante della musica e della natura. Si chiamava Filippo, aveva 23 anni ed era il monzese più ingenuo e puro che ci fosse. Nella città era conosciuto come il credulone ma nessuno gli dava troppo peso, per quanto fosse buono era impossibile andargli contro.

Filippo aveva solo due amici, i suoi punti di riferimento, Lorenzo e Alessandro. Anche loro erano due artisti emergenti ma lui li superava di gran lunga. Questa cosa non era mai andata a genio ai due ma Filippo, dolce com’era, non poteva nemmeno pensare che i suoi amici tramassero qualcosa contro di lui.

Lorenzo era il più grande, un 25enne pieno di sé che cercava di oscurare chi lo metteva nell’ombra e Alessandro l’aveva capito bene, infatti nonostante fosse più piccolo di Filippo era molto astuto e sveglio.

Se avessero chiesto a Filippo chi fossero le persone a cui teneva di più avrebbe risposto con i loro nomi e subito dopo con quello della sua amata Rebecca. Lei era bella, dolce, simpatica e Filippo proprio non riusciva a farne a meno. Questo era un altro motivo per cui Lorenzo non riusciva più a sopportare la presenza di Filippo, era migliore di lui in tutto allora decise di sabotare la sua relazione con Rebecca e la sua carriera, solo un po’.

-Ale, vieni qui! – ordinò scocciato

-Che succede?

-Io … io lo odio quel nano.

-Cosa? Ma di chi stai parlando – chiese Alessandro divertito dall’ultima uscita dell’amico.

-FILIPPO! – sbottò

-Ma non vedi quanto se la tira quando esce con Rebecca? E poi nemmeno se la merita una così-

-Filippo se la tira? Ma è il ragazzo più genuino che conosca!-

-Beh non lo conosci allora. Si sente migliore di noi, non vedi come ci guarda quando raggiunge altri traguardi troppo alti per noi?-

Alessandro rimase zitto, non aveva mai visto Lorenzo così arrabbiato senza un apparente motivo e pensò di lasciarlo perdere, forse scherzava o aveva litigato con Filippo e lo stava attaccando.

Passarono diversi minuti e tra i due c’era un’aria molto tesa, il silenzio poi venne rotto da uno rumore continuo e subito dopo una segreteria telefonica, quella di Filippo.

-Adesso nemmeno risponde? Sono stufo – disse Lorenzo più a se stesso che ad Alessandro.

-Lori… Dove vai? –

-Da Filippo-

Lorenzo prese la macchina e partì verso la casa di Filippo.

Una volta arrivato, si rese conto che anche quella era migliore della sua catapecchia che aveva affittato con Alessandro.

Non c’era mai stato prima, tant’era il disprezzo che da un anno a questa parte provava verso l’amico.

In realtà un tempo Filippo per lui era tutto, erano cresciuti insieme, avevano le stesse passioni; diventati grandi decisero di lavorare insieme ma l’amico era sempre un gradino più in alto e lui non ne poteva davvero più.

Essendo il maggiore, Lorenzo era sempre stato un riferimento per Filippo, qualcuno da ammirare, da cui trarre ispirazione. Il minore senza dubbio fece proprio questo, prendere spunto dalla vita di Lorenzo, modificarla un po’ e ottenerne una perfetta con il suo amico a fianco, sempre e comunque.

-Loriii!- esclamò entusiasta Filippo

-C…ciao- disse freddo sperando che l’altro si scostasse al più presto.

-Sai Filippo, pensavo … ci conosciamo da una vita, non dobbiamo nasconderci nulla, giusto?!-

-Giusto…- rispose lui perplesso.

-Beh, allora perché non ci scambiamo gli account sui social network? Tu mi dai la password di ogni social che hai e io farò lo stesso-

-Mmmh okay ma perché? –

– Per stringere il nostro legame, ovvio –

L’espressione di Lorenzo in quel momento era a dir poco falsa, meschina ma che ne poteva sapere Filippo. Per lui ogni cosa che faceva l’altro era oro colato!

La sera, Lorenzo tornò a casa, vide Alessandro steso sul divano e approfittò della sua distrazione per sgattaiolare in stanza senza destare alcun sospetto.

Una volta seduto sul letto, con il suo computer sulle gambe iniziò a mettere in pratica il suo piano. In passato aveva partecipato a qualche corso di videomaker e aveva anche imparato a usare Photoshop; non lo aveva mai usato per se stesso perché si riteneva bellissimo già così ma ora era arrivato il momento di sfruttare la sua abilità per mettere in ridicolo Filippo.

Si armò di Photoshop gratuito, di tanto rancore e della sua innata bravura nel ridicolizzare la gente.

Cercò su internet una foto di due ragazzi che si baciavano, prese una foto di Filippo di profilo e –Boom! Ora tutti penseranno che tu sia gay e la tua carriera sarà rovinata – disse davanti al computer con un sorriso beffardo.

-Ma con chi parli?

-Con nessuno! Esci subito da camera mia – fece spaventato e sperando che Alessandro non rovinasse tutto.

-Dai che stavi facendo, fammi vedere –

Alla fine Lorenzo cedette e raccontò tutto ad Alessandro che inizialmente era contrario al ridicolizzare e far soffrire un bravissimo ragazzo senza colpe ma poi l’altro gli ricordò di tutte le volte in cui Filippo lo aveva messo da parte preferendolo a lui.

-Okay, facciamolo ma facciamolo bene. Dammi il computer –

Lorenzo osservò Alessandro scrivere per vari minuti e poi sbottò: – Si può sapere cosa scrivi? –

-Guarda! – esclamò lui soddisfatto.

Era un poema lunghissimo dove il presunto Filippo annunciava di essere gay, di aver mentito a tutti, di odiare Rebecca, enfatizzando la questione con parole poco cortesi nei confronti della ragazza e di tutti quelli che avevano creduto a quella ‘‘stupida messa in scena’’.

Avevano subito pubblicato il post, sicuri che Filippo a quell’ora della notte stesse dormendo ma che ci fosse qualche fan sveglia pronta a diffondere la notizia. La sua vita era così prevedibile… proprio per questo Lorenzo, dieci minuti prima che la sveglia del suo amico suonasse, eliminò il post.

Nemmeno a dirlo, lesse sul suo cellulare il buongiorno di Filippo e rise di gusto. Era certo che non si sarebbe mai accorto di nulla, infondo non capiva mai quando qualcuno lo insultava o parlava male di lui, non ci dava nemmeno importanza.

-Ale! Vieni! –

-Guarda qua! Tutti sono felici che abbia detto di essere gay! Ma che c’è di bello?! Fa solo schifo.

-Nessuno si è lamentato degli insulti? –

-Non li hanno nemmeno visti! –

-Siamo nel XXI secolo, ormai l’amore è universale, non c’è razza, religione, sesso o età che tenga.

-Ma zitto tu! Cosa ne capisci – sbuffò Lorenzo, evidentemente infastidito.

Mentre in una casa c’erano Lorenzo e Alessandro che litigavano, nell’altra Filippo si cambiava contento, senza riuscire a smettere di pensare a Rebecca e a quanto le mancasse nonostante fosse appena uscita.

Decise di sedersi alla sua scrivania, prendere il suo quadernetto e la sua penna e scrivere, scrivere, scrivere.

Scrisse di quanto la amava, lei, la ragazza che non l’avrebbe mai tradito, così come i suoi amici, così fedeli.

E mentre Filippo metteva il cuore in una pagina di diario, Lorenzo si ingegnava per oscurare la sua figura.

Creò degli account Instagram e Twitter falsi, dove postò foto imbarazzanti dell’amico e notizie false, come il fatto che fosse razzista e perfino omofobo. Era palese che queste accuse fossero infondate, perché il presunto Filippo aveva affermato di essere gay meno di un giorno prima, ma Lorenzo sperava che qualcuno ci avrebbe creduto.

-Ancora Lori? –

-Lasciami continuare…solo un po’.

-Si ma… non esagerare, in fondo stiamo parlando sempre di Filippo, il tuo Filippo –

A quelle parole Lorenzo sentì qualcosa rompersi, si faceva schifo, come poteva andare contro al suo migliore amico, il suo Filippo?

Stava per cancellare tutte le accuse quando una notifica dell’ennesimo traguardo dell’altro lo spinse ad aumentare le critiche e le foto imbarazzanti.

Un po’ gli dispiaceva perché forse il suo Filippo, il suo compagno di una vita non meritava questo trattamento ma lo stava oscurando solo un po’, nulla di grave in fondo, giusto?

Passarono i mesi e Filippo vedeva i suoi followers calare a picco, non riceveva più quei complimenti che lo facevano sentire speciale ma al contrario leggeva sempre più frequentemente minacce di morte nei suoi confronti, offese e insulti, ma che aveva fatto di male?

Inoltre, aveva notato che Lorenzo e Alessandro non lo degnavano di uno sguardo, troppo impegnati nelle loro carriere che a quanto pare andavano a gonfie vele.

Nemmeno in paese c’erano più quelle dolci vecchiette che lo lodavano per quanto fosse dolce e puro.

C’era solo quel panettiere che faceva finta di non vederlo ogni volta che passava di lì, oppure se ne usciva con frasi del tipo ‘‘Ciao omofobo’’, ‘‘Ei continui a parlarmi nonostante io non sia italiano? Wow che coraggio!’’

Forse stava passando un brutto periodo, pensava Filippo, un po’ offeso dal tono che ultimamente quell’uomo usava con lui.

Un giorno infastidito chiamò Lorenzo e gli raccontò quello che stava succedendo, gli disse che la sua vita stava cambiando di male in peggio e non voleva più continuare così.

Quello lo persuase a darci peso ma si affrettò a chiudere il discorso con una scusa. Poi terminata la chiamata rise, rise forte perché non solo era riuscito nel suo intento ma ora poteva anche manipolare l’amico a suo piacimento, sfruttandolo.

Decise di chiamare Alessandro per raccontargli tutto.

-Sai cosa penso? – disse quello dall’altra parte del telefono.

– … – Lorenzo aspettò in silenzio che Alessandro riprendesse la parola.

– Forse dovremmo dirgli che è stata Rebecca a fare tutto, così non sospetterà di noi –

– Ma è ovvio che non sospetta nulla –

– Non volevi stare con Rebecca? È una buona occasione per avvicinarla –

A quelle parole Lorenzo scattò in piedi ed inziò a pensare un mucchio di scuse plausibili per incolpare la ragazza e successivamente fantasticò su come l’avrebbe consolata e rubata all’amico.
Era tutto perfetto per il 25enne, d’altra parte Filippo non se la cavava bene, aveva solo Rebecca al suo fianco.

D’un tratto il malcapitato ricevette una chiamata, era Lorenzo.

-Io e Alessandro dobbiamo parlarti, vieni a casa nostra, non ci deve essere Rebecca –

Lorenzo era estremamente serio e Filippo iniziava a preoccuparsi. Aveva fatto qualcosa di male? La sua ragazza l’aveva tradito?

Si affrettò ad uscire e tutto preoccupato raggiunse la casa degli amici.

Vide Lorenzo e Alessandro seduti su un divano cigolante e si mise accanto a loro senza nemmeno salutare.

-Che succede?

-Ciao eh – disse Lorenzo ironico e stizzito.

-Ciao. Ora mi dite che succede?

-Beh la tua carriera non sta andando molto bene negli ultimi tempi giusto? – sorrise il maggiore.

-Giusto – Filippo alzò gli occhi al cielo.

-È stata Rebecca è tutta colpa sua! – esclamò di colpo Alessandro

-Cosa?

-Hai capito bene. La tua amata ti ha voltato le spalle. Ha iniziato a diffondere informazioni false su di te, foto imbarazzanti, a dire che la maltrattavi e così via.

-È impossibile, lei non è quel genere di persona – gridò Filippo in lacrime, proprio non ci poteva credere che lei avesse fatto una cosa del genere.

Tornò a casa correndo, non era abbastanza stabile per guidare la sua macchina.

– Sei un mostro – gridò.

Aveva gli occhi rossissimi e gonfi per le troppe lacrime. Rebecca capì che qualcosa non andava, ormai da troppe settimane non era lo stesso, era un po’ giù mentre i suoi amici se la spassavano incuranti.

-Ma … che succede? Cosa ho fatto?

– Mi hai rovinato la vita! – ormai non riusciva più a trattenere le lacrime. La ragazza che lo aveva accompagnato nel suo percorso, quella con cui condivideva tutto, persino quella piccola casa che si era guadagnato sudando. Lei, la protagonista delle sue poesie che gli calpestava le ali.

Preso dalla rabbia e dalla tristezza Filippo le diede uno schiaffo, poi due. Si fermò a guardarla e in quell’istante Alessandro e Lorenzo, prevedendo le sue mosse, entrarono in casa

– Calmo, calmo – ridevano.

Rebecca aveva capito tutto vedendoli ridere di gusto davanti ad una scena del genere. C’era d’aspettarselo, il suo non era proprio il ragazzo più sveglio e scaltro della città ma nessuno gli aveva mai fatto così male, mandando a rotoli la sua carriera e rovinando il rapporto con quella che un giorno sarebbe potuta essere sua moglie.

Vedendo Filippo molto irritato, cercarono di spiegargli che Rebecca non aveva alcuna colpa, che era uno scherzo e non si sapeva chi avesse rovinato la sua carriera. Il ragazzo credette ai suoi amici, come sempre, ma decise di cacciare Rebecca che, sebbene poverina non avesse alcuna colpa, incassò il colpo, decise di reagire con superiorità e se ne andò.

Passavano i mesi e Filippo se ne stava sul divano, a piangere perché aveva perso Rebecca, la sua carriera e i suoi amici che gli si erano allontanati dopo che aveva cercato di incolpare anche loro.

Pensò di essere stato davvero stupido, come poteva accanirsi contro i suoi compagni? Era ovvio che loro non avessero colpe e che la causa dei suoi mali fosse lui, che non era riuscito a gestire la situazione.

Intanto i sensi di colpa cominciarono ad assalire Lorenzo e Alessandro.

-Lori- lo chiamò triste l’altro.

-Eh –

-Dici che gli abbiamo rovinato la vita? –

-Ma no, l’abbiamo oscurato dal mondo dello spettacolo … solo un po’.